Fine vita, Caraceni: «Serve una riflessione che vada oltre le norme»

Il direttore delle Cure palliative dell’Istituto Nazionale dei Tumori: «Bisognerebbe conoscere le storie personali di chi arriva a chiedere il suicidio assistito. Centrale il ruolo dell’accompagnamento e dell’assistenza».

di Fabio PIZZUL

2 Settembre 2026

 

Nelle ultime settimane si è riaperto il dibattito sul tema del fine vita in diverse Regioni italiane. È il caso del Veneto, dove il Consiglio regionale proprio in questi giorni va a votare l’ipotesi di una legge regionale sul fine vita. In Lombardia, invece, la discussione si è riaccesa dopo la notizia, a fine agosto, della morte di un uomo che nove mesi prima si era rivolto al Servizio sanitario regionale proprio per poter essere accompagnato al fine vita.

Augusto Caraceni

È un tema molto delicato, che deve essere trattato con grande rispetto e da persone esperte. Come Augusto Caraceni, professore associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Statale di Milano e direttore della Struttura complessa di Cure palliative presso l’Istituto Nazionale dei Tumori.

Con quale atteggiamento guarda al dibattito che riempie spesso i giornali sul fine vita, anche a partire dalla sua esperienza professionale?

Con uno spirito abbastanza ambivalente, direi. Noi che ci occupiamo di cure palliative abbiamo evidentemente per missione professionale l’accompagnamento delle persone nella fase finale della vita. Ma non solo questo, perché le cure palliative possono partire molto prima e confrontarsi anche con la malattia, quando questa può ancora essere oggetto di trattamento: questo ha tantissimi risvolti. Il fatto di poter conoscere le persone durante la loro malattia e accompagnarle è quello che poi aiuta anche a gestire le fasi finali della vita. Quindi, per poter parlare di queste decisioni, bisognerebbe conoscere le storie personali delle persone che arrivano a questo genere di decisione. D’altra parte, vivo con molta tristezza questo tipo di interventi per abbreviare la propria vita, che sia tramite suicidio assistito o tramite eutanasia. Pratiche che sono diventate abbastanza presenti in diversi sistemi sanitari, anche se non con gli stessi atteggiamenti da parte, per esempio, delle organizzazioni professionali della medicina che se ne occupano. Nel mondo e anche in Europa si stanno normando queste modalità per congedarsi dalla vita in condizioni di malattia. Personalmente, dicevo, il sentimento prevalente di fronte a chi è dovuto arrivare a una risoluzione di questo tipo è la tristezza, oltre al senso di fallimento delle modalità assistenziali, sociali e del sistema sanitario, che evidentemente non è riuscito a venire incontro alle sofferenze di queste persone.

C’è un tema di “buco legislativo”, possiamo chiamarlo così, che sta ingenerando in Italia diversi percorsi in diverse Regioni. Immagino che questa confusione che non aiuti una riflessione serena, ma soprattutto un confronto che tenga conto di tutti quegli aspetti che lei citava…

Certamente un percorso legislativo chiaro permetterebbe, se non altro, di razionalizzare, di approfondire cosa si intende davvero con alcune terminologie che si utilizzano, quali sono le responsabilità delle persone coinvolte, a partire naturalmente dal paziente, che è oggetto del diritto e della salvaguardia da parte del sistema, proseguendo con le persone che gli stanno accanto, i medici, delle diverse strutture sanitarie che si occupano del malato e così via. Perché, anche laddove è stato sancito un principio generale, con dei criteri che comunque informano già la possibilità di richiedere e di vedere realizzato questo aiuto al suicidio (è quello che in Italia in questo momento è possibile fare), manca completamente una riflessione approfondita, che deve andare ben al di là di queste norme piuttosto essenziali che derivano dall’elaborazione delle Corti di giustizia.

Anche perché non può essere solo una questione procedurale, c’è la dimensione della relazione anche con chi arriva a fare delle richieste o delle scelte di questo tipo che rimane fondamentale…

Assolutamente. Per esempio, anche i casi recentemente resi noti dalla stampa non permettono di formulare nessun giudizio, com’è ovvio, perché le condizioni reali, cliniche, della persona che fa richiesta, la sua dimensione psicologica, relazionale, personale rimangono del tutto oscure nella comunicazione. È una cosa estremamente delicata: il fatto che le nostre società si debbano in qualche modo attrezzare a prevedere un intervento diretto che abbrevi la vita, tramite suicidio assistito piuttosto che eutanasia, mi suscita più interrogativi che non capacità di dare una risposta chiara.

Risposte che invece possono arrivare proprio dalle cure palliative, che sono mirate a far sì che le persone non debbano affrontare dei dolori che risultano insopportabili…

Sì, certamente. Questo è un discorso di buon senso, che per fortuna è condiviso da tutti: evidentemente queste decisioni, che si tratti di suicidio assistito o di eutanasia, non devono in alcun modo essere il risultato di un’inadeguata prestazione di cure palliative, o di sofferenze che potrebbero essere lenite e che così non sono, o di modalità assistenziali che dovrebbero essere disponibili e non lo sono, o non sono note alle persone che attraversano queste fasi così difficili della malattia e della vita. Questo è un po’ un punto di vista universale, previsto anche dalle norme, che va in qualche modo reso più chiaro. D’altra parte, si dice che anche le cure palliative possono provvedere a un accompagnamento adeguato e, nella mia esperienza ormai pluridecennale in questo lavoro, mi pare di poter testimoniare che sia così, nonostante i percorsi siano a volte complessi e accidentati. Non si può dire che tutto sia sempre facile, e così non è perché la vita non è facile, la malattia non è facile e anche il fine vita può presentare difficoltà. Ma il supporto delle cure palliative, le modalità assistenziali, i percorsi che si possono prevedere, al domicilio, in hospice o anche in ospedale, sono sicuramente estremamente efficaci.

 

Fonte Chiesadimilamo